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Gazzetta di Modena – Ricordando Pantani, da 15 anni orfani del mito

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Il 14 febbraio 2004 la morte prematura del più grande corridore dell’era moderna: eroe fragile in uno sport di cannibali.

Quanto ci manchi. Tu, con quell’aria sbarazzina, con quegli occhi profondi come il mare. Il tuo mare. Sono passati 15 anni da quella maledetta notte d’inverno, quando la tua vita divenne ricordo e il tuo nome leggenda. Il 14 febbraio per gli appassionati di ciclismo non è San Valentino. È il giorno del Pirata. Sulla morte di Marco Pantani si è fatta luce solo fino a un certo punto e ci sono volute almeno due inchieste per arrivare al verdetto della Cassazione: il campione non è stato ucciso in quel residence di Rimini. La Corte suprema ha sentenziato una volta per tutte, per sempre, ma la famiglia del corridore non ha mai accettato il verdetto. E nemmeno noi.

In questi 15 anni senza Pantani non si è fatto altro che parlare di lui. L’uomo che da solo ha fatto rialzare la testa a un ciclismo malato fino al midollo in quel periodo. Lui che con la semplicità del suo talento ha fatto innamorare di nuovo l’Italia dello sport per eccellenza. Lo sport più seguito agli albori, lo sport che nel nostro Paese ha mosso mari e monti ai tempi di Coppi, Bartali, Gimondi e poi di Moser, Saronni e Bugno. Tutti fenomeni, tutti capaci di conquistare i cuori. Marco però ha fatto di più. Ha conquistato le anime, nel senso che ha saputo coinvolgere e appassionare tutti, nessuno escluso. L’ultimo a vincere Giro e Tour nello stesso anno (quel magico 1998). Vinse relativamente poco, ma quel poco gli bastò per essere il numero uno. Indiscusso. Anche quando a discuterlo fu il suo stesso mondo. Quel ciclismo che dopo la positività (ambigua e strana) di Madonna di Campiglio nel 1999 gli girò le spalle trattandolo come un appestato. Non lo invitarono al Tour e lui ci rimase di sasso. Quel Tour che proprio lui aveva tenuto in piedi dopo lo scandalo Festina. Era di animo gentile, ma la forza che metteva nei pedali non era la stessa che lo caricava nella vita. Si lasciò conquistare da amicizie sbagliate e dalla droga. Si ritrovò da solo, malinconico, appesantito da un passato troppo grande per essere amministrato. Carnefice di se stesso diranno in molti. No, Pantani è stato vittima di un sistema malato e ingrato. Un sistema, quello del ciclismo moderno, che per fortuna ha capito i suoi errori e ha ricominciato a dare spettacolo senza esasperarsi.

A noi, umili adoratori di queste ruote mosse dal sudore sui pedali, è rimasto solo il suo ricordo. Quello del Mortirolo (che azione ragazzi), quello di Montecampione, dell’Alpe d’Huez e di Oropa. Ma anche la determinazione, la voglia di rialzarsi dopo i mille infortuni. Miracoli sportivi, segni tangibili che con la fatica si può vincere contro tutti e contro tutti. Segni del Pirata, insostituibili.

Andrea Gabbi

Sorgente: Ricordando Pantani, da 15 anni orfani del mito – Gazzetta di Modena Modena

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