I ♥ MONTECAMPIONE

Montecampion'è per sempre!

25/05/2019
di I love Montecampione
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C.A.I. Rovato – il 26/5 da Montecampione il giro dei 4 bivacchi

Domenica 26/05 per il giro dei 4 bivacchi visto l’eccessivo dislivello salendo da Esine la partenza è stata spostata a Montecampione passando per il rifugio Rosello fino a raggiungere il bivacco Marino Bassi, si consiglia l’uso delle ghette. per chiarimenti Ezio 3497597742  Pietro 3393491830 per iscrizioni in sede.

Domenica 26 maggio: GIRO DEI 4 BIVACCHI dal Rifugio Alpini in località Budec m.1322 (Valcamonica –Esine). Tempo totale del percorso: h. 6.30 – dislivello: m.830 più i numerosi saliscendi – difficoltà: E-EE – Equipaggiamento: da media montagna – Pranzo al sacco. L’itinerario ha inizio dal Rifugio Alpini (m 1.322) in località Budec. Ci si incammina sul Sentiero 750 e dopo circa 50 minuti si raggiunge la Baita del Giaol (m 1.465), grazioso bivacco in legno nascosto in una zona incontaminata. Da qui il sentiero scende sino alla Val Càvena, per poi risalire sino al bivio con il Sentiero 745 che si percorre per raggiungere il Bivacco di San Glisente a quota m 1.956 (ore 2.40 dalla partenza). Dopo una visita alla cripta posta dietro al bivacco e sotto la chiesa dedicata all’eremita, si prende il Sentiero 760 per raggiungere i 2.151 m della Colma di San Glisente, quota massima del percorso. Si continua poi sino alla Nicchia di San Glisente (m 2.000), dove si prende il sentiero 730 per raggiungere il Bivacco Marino Bassi (ore 4.20 dalla partenza). Si risale quindi il Sentiero 730 per 10 minuti sino al bivio che indica la baita Fop de Cadì, si percorre il Sentiero 740 arrivando al Bivacco Lupi di San Glisente a Valle di Cadino (ore 5.10 dalla partenza). Si prosegue sempre sul Sentiero 740 sino alla pozza di Scandolaro per continuare sul sentiero 735 in direzione rifugio Alpini al Budec, punto di arrivo del percorso.


Copyright © 2019 — CAI sezione di Rovato (Brescia) via Ettore Spalenza, 8 – 25038 Rovato (BS)

Sorgente: da Montecampione

25/05/2019
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L’Unione Sarda.it – #AccaddeOggi: 25 maggio 2014, Fabio Aru vince la sua prima tappa al Giro d’Italia

Si impone sulla salita di Pantani, quel giorno nasce una stella che un anno dopo vincerà la Vuelta spagnola

Il 25 maggio 2014 lo scalatore di Villacidro Fabio Aru vince la sua prima tappa al Giro d’Italia, lo fa staccando i rivali sulla salita di Montecampione, destinata ai fuoriclasse delle due ruote. Come Marco Pantani.

È il primo sardo a vincere una tappa della corsa rosa.
Quel giorno di cinque anni fa è nata una stella.
Una stella che porterà a casa il terzo posto al Giro 2014, vincerà anche una tappa alla Vuelta spagnola.
L’anno dopo Fabio Aru continua a crescere: arriva secondo in classifica generale al Giro d’Italia e trionfa alla Vuelta, facendo esaltare l’intera Isola.
A Villacidro viene organizzata la “PedalAru”, una pedalata con il campione, che viene accolto con un bagno di folla nel suo paese natale.
Dal 2016 un progressivo calo, causato anche da problemi fisici.
(Unioneonline/L)

Sorgente: #AccaddeOggi: 25 maggio 2014, Fabio Aru vince la sua prima tappa al Giro d’Italia – L’Unione Sarda.it

25/05/2019
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Il sabato? La giornata giusta per comporre un puzzle con Montecampione! – Claudio Terruzzi: “Bei momenti!”

Se non siete ancora registrati sul primo sito Mondiale dei Puzzle, Jigsaw Planet, vi consigliamo di farlo e di farlo prima di iniziare a comporlo

Solo così, il tempo che impiegherete per completarlo, verrà inserito in una speciale classifica.

Si sa mai che magari un giorno potranno esserci anche dei premi…

Buon divertimento!!!

Già finito? Componi un’altro puzzle che non hai ancora fatto!

24/05/2019
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Oggi è venerdì ed allora? Youtube – 1998, Giro d’Italia 1998: Plan di Montecampione (in lingua Spagnola)

Dal canale Youtube Cycling Climbs

(#133) Final climb to Plan di Montecampione (l. 20.2 km, a. 1744 m, a.s. 7.5%, m.s. 9.2%) in stage 19 of the Giro d’Italia 1998 (Jun 4). Featuring a.o. Marco Pantani, Giuseppe Guerini, Pavel Tonkov, Paolo Bettini, Jose ‘Chepe’ Gonzalez, Oskar Camenzind, Francesco Secchiari, Daniele De Paoli, Daniel Clavero, Nicola Miceli. Average speed Pantani on the climb 24.2 kph.

Sorgente: https://www.youtube.com/watch?v=AQNrYUTA91s

23/05/2019
di I love Montecampione
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Che bello “smanettare” su Google di giovedì – 2014, Bikechannel.it: Giro, Quintana ipoteca vittoria

Quintana domina il tappone di montagna e si prende anche la maglia rosa. Ora ai rivali serve un miracolo…

Era l’uomo più atteso. Era il grande favorito. Nairo Quintana rispetta il pronostico e vince il tappone storico con Gavia, Stelvio e Val Martello, dopo quasi 5 ore di corsa, oltre 60km di salita e più di 4000metri di dislivello. Una spallata forte quella data dal colombiano, a prescindere dalle polemiche (sullo Stelvio bisogna fermarsi o no?). Il capitano della Movistar, nuova maglia rosa, sulle pendenze spaccagambe della Val Martello ha dato una lezione pesante a tutti i suoi rivali.
A cominciare dal connazionale Rigoberto Uran, arrivato dopo oltre 4 minuti e ora seconda nelle generale a 1’41 ma senza aver dato la minima sensazione di potersi inventare qualcosa nelle tappe di montagna che restano. Il pur coriaceo e generoso Cadel Evans, 37 anni suonati, è scivolato in terza posizione, a 3’21 da Quintana e anche lui senza avere a disposizione altri tracciati a lui congeniali.
E gli altri? Il vincitore morale del tappone è stato il redivivo Ryder Hesjedal, sempre sul punto di crollare e invece tenace fino agli ultimissimi metri e con un ritardo di appena 8 secondi. Una prova di orgoglio e forza, che lo piazza al nono posto della classifica a 4’16 dalla maglia rosa. Il balzo più significativo lo fa Pierre Rolland, ottimo terzo e ora a 3’26 da Quintana, con inoltre 2 secondi di margine sulla maglia bianca Rafal Majka. Ci aspettavamo qualcosa di più da Aru, che ha pagato evidentemente lo sforzo di Montecampione, e soprattutto da Pozzovivo, il cui mini-allungo negli ultimi 800 metri non è servito a guadagnare terreno prezioso.
Insomma, il Giro ce l’ha in pugno Nairo Quintana. Arrivato a questa edizione come un predestinato e oggi leader, dopo due settimane corse fra allergie, condizione così così e zero lampi nelle prime salite. Ma ciò che conta, come sempre, è il risultato finale e la tattica utilizzata dal colombiano è stata, sinora, ineccepibile. Qualcuno potrà minarne il regno in Valsugana, sul Grappa o sullo Zoncolan?
Luca Gregorio

Sorgente: Giro, Quintana ipoteca vittoria

22/05/2019
di I love Montecampione
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Podium Cafe – Pantani Was a God, by Marco Pastonesi

Title: Pantani Was a God
Author: Marco Pastonesi (translated by Colin O’Brien)
Publisher: Rapha Editions, in association with Bluetrain Publishing
Year: 2018 (originally published in Italian in 2014)
Pages: 234
Order: Rapha
What it is: A book about Marco Pantani, but also about Italian cycling and some of the great and tragic heroes of the mountains
Strengths: Pastonesi is an elegant writer and comes

Pantani Was a God. There’s a title that’ll divide opinion. On the one side, the fans, nodding along, yes, yes, yes, on the other, the critics, shaking their fillings loose, no, no, no. From the outset, there’s a bit of defensiveness about it, from both the author and the translator. Here’s Colin O’Brien, in his translator’s introduction: “Whatever the title might suggest at first glance, it isn’t some silly psalm to an immaculate martyr who never really existed (if those are your things, there are plenty in Italian bookshops). But it isn’t misleading either. Pantani was a god, at least to some people.” In his introduction to the book, the author Marco Pastonesi writes that “the title may seem absolutory, if not provocative or even profane. But to me, it gives the idea of someone flying too high. Prometheus was a god, too. Or he was believed to be a god. Or perhaps they only made him think he was one.”

The idea of Pantani as Prometheus…let’s go there. The often overlooked Roland Barthes, in an essay on the Tour de France, made reference to events on the Ventoux in 1955, a day when riders – hopped up on amphetamines and affected by the baking heat – fell like flies. Barthes likened the use of doping to the theft by Prometheus of the gift of fire from the Gods of Olympus. He likened what happened to the riders on that mountain on that day to the punishment meted out by the Olympians to their wayward son: Prometheus was bound in chains to a rock, with an eagle pecking out his liver. Each night Prometheus’s body repaired itself and each day the bird buried its beak in him anew, his punishment unending.

That, though, was in an era when riders were seen as angels with wingèd ankles. Today, we live in a world of angels with dirty faces. We no longer live in a world of riders stealing from the gods for a greater good, we live in a world in which the myth of Prometheus has been recast by Mary Shelley, the world of the Modern Prometheus, Victor Frankenstein, who sought to steal the fire of life from the heavens and in return created an uncontrollable monster, a soulless beast who hurt those he came into contact with. We live in a world that sees monsters, not gods.

The gulf between those two versions of Prometheus – and, by extension, Pantani – is vast. But whichever version of Prometheus springs first to your mind – the Prometheus of Barthes or Shelley – Pantani Was a God quickly moves beyond its polemical title and offers something for everybody, fans and critics alike. I won’t go so far as to say it’ll have both sides reaching out to touch the hand of the other, but it does offer more they should find themselves agreeing on than it does that further divides.

More like Herbie Sykes’s recent The Giro 100 or his older Coppi than either Matt Rendell’s The Death of Marco Pantani or Manuela Ronchi’s Man on the Run (the two extremes of the four English-language books about Pantani) Pantani Was a God tells its story obliquely, mixing Pastonesi’s own thoughts with testimony from forty-something people who knew Pantani in one way or another. These testimonies – mostly from riders but also from fans, journalists, and others who just knew the man – typically run to about a page each and often tell you as much, if not more, about the person speaking as they do about Pantani. Here’s a short sampling from some of them:

Marco Artunghi (who rode with Pantani from 1992 to 2000): I turned pro with Marco at Carrera in August ‘92. We were together at Mercatone Uno too, until the end of 2000. I was destined to be a gregario, he to be a captain.

Davide Boifava (Pantani’s direttore sportivo from 1992 to 1996): That’s where it all began. From there, we went to paradise, and then to hell. And in between, adventures and misadventures.

Alessandro Gianelli (who rode with Pantani between 1992 and 1994): My girlfriend asked him, joking, if he would be our chauffeur on our wedding day, telling him that his car would be perfect. Three days before the wedding, he showed up, stayed at our house, became a part of all the preparations, and then the morning of the wedding he held the car door for the bride and drove her to the church.

Marcello Siboni (who rode with Pantani between 1995 and 2002): People would stop me on the street, asking how Pantani was. No one ever asked about me. But I knew it was my role, my job, my privilege.

Davide Dall’Ollio (who rode with Pantani in 1997 and 1998): I was just a gregario, a support rider. I took the wind. I didn’t last long. I gave little, but I wish I could have done more for him. First, on the road. And then, in life.

Riccardo Forconi (who rode with Pantani from 1998 to 2002): I dedicated five years to him, body and soul, because that was the rule. And I stopped racing when he did, because without him it was no longer worth it. I never thought of myself before I thought of him. And he knew it.

Fabrizio Settembrini (who rode with Pantani in 1997): I quit racing but I stayed in the racing world as a masseur, and it was thanks to that we were reunited, for 2001 and 2002. He wasn’t Pantani any longer then, he was simply Marco. He already had his own masseur, of course, so I only got to massage him once. And it was an event that I tried to treat with all the honour, gratitude and respect it deserved.

Roberto Conti (who rode with Pantani from 1997 to 1997, and in 2003): I promised him: ‘In thirty years we’ll meet again in a restaurant and we’ll recount all that we’ve done.’ He liked that idea. ‘Yes,’ he said, ‘we’ll get fat and talk about when we were thirty kilos lighters.’ In the end, there was nothing. He was nowhere to be seen, he never responded. You couldn’t find him, and you couldn’t help him.

Pastonesi himself, his contribution runs from the sublime to the banal and back again. One moment he’s eloquently placing Pantani in the pantheon alongside not just the the likes of Federico Bahamontes and Charly Gaul, but also a host of Italian riders from the Romagna region that was home to Pantani. The next he’s half-interestedly serving up a stale telling of the history of doping and how EPO works.

A veteran of Italian cycling journalism, Pastonesi fits into Gian Paolo Ormezzano’s classification of cycling journalists as coming from the first age, the cantors, writers who “venerated cycling, and for them it was almost liturgical.” (Ormezzano himself comes from the second age, the eroticists (“We cared about it deeply but we wanted to understand it as a phenomenon.”). In the third category are the pornographers, for whom there’s “very little that’s erotic about the way they present the sport, but they are explicit to the point of obscenity.”). He’s not a writer monoglot cycling fans have had much exposure to, so far. He’s appeared in Rouleur, naturally. And he wrote an introduction for the recent Fabian Cancellara chamoir that was more purple that a convocation of bishops, and absolutely beautiful for it.

Both John Foot and Herbie Sykes hold Pastonesi in high regard, and that, on top of loving what he did in the Cancellara book, is recommendation enough for me. For the most part, he’s a man who prefers the underdog to the superstar (which is odd given that his major outings in English so far have concerned Pantani, Cancellara, and Mario Cipollini). He even has an unofficial club of sorts where membership is limited to riders who have never won. That love for the underdog shines through in Pantani Was a God, most especially when Pastonesi is talking about Pantani by talking about others. Here is is talking about riders from Romagna:

“Another Romagnolo, Aldo Ronconi, was born in 1918 in Santa Lucia delle Spianate, near to Brisighella. A carpenter, he used to cycle to work. Then at twenty-one, he rode the Milano-München, one of the most important races for amateurs at the time, from Milan to Munich in three stages, and won it. Upon returning home, he was summoned to Rome by Mussolini, who commended his efforts. He rode the 1940 Giro d’Italia with Legnano, where the sports director Eberardo Pavesi gave each rider a different colour hat so that he could distinguish them during the race. Ronconi was given a black one, and his friend Luciano Succi jokingly called him il parroco, and from that moment on, everyone called him the Priest. In 1945, after the armistice, he was taken captive by the Germans, spending ten terrible days on a train in inhumane conditions before being imprisoned in Linz, which perhaps wasn’t that bad when one considers that just twenty-five kilometres down the road lay the Mauthausen concentration camp. In Linz, he was saved by a German engineer, a cycling fan, who found him a place working on a farm, where at least he could eat bread and drink milk every day. When he finally made it home, he found neither a house nor a bicycle.”

These tales work on multiple levels. They’re interesting stories in their own right, the sort of tales you turn to Herbie Sykes looking to find. But they also create an alternative context in which to see Pantani, one that removes him from the excesses of Gen-EPO and humanises him. This, the man behind the myth, is something we who were Puritans during the EPO years lost sight of, we were more interested in the sin than the sinners. Some of us still don’t want to see it. It’s also a side of Pantani that those who think him a god don’t see, either.

That contextualising mostly takes up the first half of the book. It’s followed by a short section on doping in which Pastonesi has nothing new to say and struggles to find an interesting way of repeating thread-worn tales of Choppy Warburton killing Arthur Linton and how EPO turns your blood to strawberry jam. Mostly, his point is that yes, Pantani doped, there’s no denying that, but that’s cycling for you. A nicely neutral position that’s quietly pro-Pantani.

After that, we’re travelling through familiar territory: Madonna di Campiglio, Alpe d’Huez, Montecampione, Mont Ventoux. It’s a bit Classic Hits FM and how you feel about it is probably linked to whether you love the hits or prefer album tracks. But even if you think you don’t like Classic Hits FM, Pastonesi can arrest your attention with a bit of a banger. Here he is describing an attack from Pantani: “twenty-seven pedal strokes standing on the pedals, eight on the saddle. Another fifteen standing. Like two bursts from a machine gun.”

While Pastonesi succeeds in humanising Pantani – yes, in a book that claims he was a god, the man has a sense of humour, and that also comes through in his writing – a question you have to ask is does he create an accurate, or even fair, picture of Pantani the man? A clue to answering that comes from the pictures used to illustrate Pantani Was a God.

All the images come from the usual sources, the archives of Getty, Presse Sports, CorVos etc, photographers like Tim de Waele and Beth Schneider and others. But all the images have been given a lo-fi aesthetic, noise added, leaving them looking like stills from a worn out VHS tape, or Polaroids snapped from a TV screen (been there, reviewed that). On one level, they pull you into the story, you look at them and think you remember having seen that moment, live, back then, or maybe on YouTube. That VHS vibe is certainly part of the intention of Taz Darling, Bluetrain’s picture editor: “It’s in video TV footage that Pantani exists for us all now and we wanted to tie all the imagery together to celebrate that. We wanted the images to evoke atmosphere, along with the words.”

There is another level on which those images work, one that’s pushing you away, even as they pull you in. They remind you that this is a life seen through a lens, something obvious but which we can – usually but not always – overlook when looking at ‘normally’ presented photographs. It reminds us that each image is a moment taken out of time. And that’s true of the words, as well as the images. The tales told by and to Pastonesi have been carefully curated. Step back from them and you’ll see that virtually none offer critical comment, they’ve all been selected to paint a particular portrait: that of a god, but not a saint.

So is Pantani Was a God just another hagiography? If it is, it’s a high-class hagiography, with a heart of gold. One that I think is well worth having on your bookshelf.

Sorgente: Pantani Was a God, by Marco Pastonesi – Podium Cafe

22/05/2019
di I love Montecampione
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Mercoledì a Montecampione, parliamo di funghi con Dario Dogali – Suillus grevillei, Suillus granulatus e Suillus collinitus

Buongiorno a tutti

Oggi vi parlerò…… dei SUILLUS…

Nella terminologia dialettale, i Suillus, sono conosciuti come laricini, pinaröle, boasine, pratine, ecc… Sono funghi di medie dimensioni, vischiosetti, di crescita spesso numerosa presso larici e pini, mai associati ad Abete rosso o latifoglie. Sono dei discreti commestibili da imparare a conoscere perché possono arricchire gradevolmente un buon piatto di funghi misti. Vi propongo le tre specie più comuni che sono: Suillus grevillei, Suillus granulatus e Suillus collinitus.

Schede descrittive.

Suillus grevillei (Klotzsch. : Fr.) Singer

Nome volgare: Laricino

Spore elissoidali

Con cappello di diametro 20-80 (120) mm, inizialmente emisferico, poi convesso – pulvinato e solo raramente appianato; la cuticola è liscia, più o meno vischiosa, specialmente con tempo umido, asportabile, colore variabile da giallo a giallo fulvo, giallo oro, giallo arancio e fino a bruno – arancio; margine a lungo incurvato, poi un poco più disteso, regolare, a volte con presenza di deboli resti del velo generale. L’imenoforo è formato da tubuli lunghi fino a 10 mm, da adnati a debolmente decorrenti sul gambo, da gialli a giallo – brunastri, e da pori inizialmente piccoli, arrotondati poi, con la maturità, più grandi e angolosi, concolori ai tubuli, bruno – rossastri se sottoposti a compressione. Il gambo, di 60-80 x 10-20 mm, è pieno, cilindraceo, diritto e slanciato, a volte un poco incurvato e sovente ingrossato alla base, colore variabile da giallo più o meno carico a brunastro con la maturità, con un reticolo fulvo sopra l’anello, con punteggiatura concolore al cappello sotto l’anello e imbrunente verso la base; anello da ampio a molto ridotto, bianco – giallastro, collocato nella parte alta. La carne è inizialmente soda poi molle e acquosa nel cappello, fibrosa nel gambo, gialla, di colore rosa – violetto al taglio, talora bluastra alla base del gambo, con odore gradevole, fruttato e sapore dolce, un poco acidulo.

Conosciuto anche come Suillus elegans, è un discreto commestibile, scartare il gambo se troppo fibroso e togliere la cuticola perché può avere effetti lassativi. È una specie molto comune e diffusa negli ambienti di montagna e la si trova esclusivamente associata ai larici, in gruppi spesso numerosi, in estate e fino a inizio autunno.

Suillus granulatus (L. : Fr.) Roussel

Nome italiano:     Boleto granuloso – Pinarello

Nome dialettale: Pinaröle – Boasine – Pratine

Spore elissoidali fusiformi

Con cappello di diametro 40-120 mm, inizialmente emisferico, poi convesso – pulvinato e alla fine appianato; la cuticola è facilmente asportabile, glutinosa, da bruna – rossastra a gialla – ocracea; margine involuto, tendente a distendersi con la maturità. L’imenoforo e formato da tubuli non molto lunghi (fino a 10 mm), da adnati a decorrenti, di colore giallo più o meno carico, e da pori piccoli, concolori, che secernono, nel fungo giovane, goccioline opalescenti, poi simili a granuli brunastri quando secche. Il gambo di 40-90 x 10-25 mm, è solitamente cilindrico, ma talvolta ingrossato e leggermente incurvato alla base, colore da biancastro a giallo pallido; alla sommità presenta granulazioni concolori che, come i pori e con il tempo, diventano brune. La carne è bianca giallina, tenera, di sapore dolciastro e odore debole e immutabile alla sezione. Di crescita precoce, già dalla primavera, prosegue a fruttificare poi fino all’autunno inoltrato, sempre associato a pini a 2 e 5 aghi quali: Pino silvestre, Pino mugo, Pino nero, Pino strobo. Può essere confuso con Suillus collinitus, che cresce nello stesso habitat ma che non ha le caratteristiche goccioline sotto i pori e che reca sovente delle formazioni miceliari rosate alla base del gambo e che sono di aiuto alla sua corretta determinazione.

Buon commestibile, va consumato ben cotto asportando sempre la cuticola del cappello, specialmente quella degli esemplari più grossi e maturi perché può essere causa di effetti lassativi. Si presta ad essere utilizzato sia nel misto con altri funghi eduli che conservato sott’olio o sott’aceto e, secondo alcuni amici, è ottimo nelle minestre.

Suillus collinitus (Fr.) Kuntze

Spore elissoidali

Con cappello di diametro 40-120 mm, inizialmente emisferico, poi convesso – pulvinato e alla fine appianato; la cuticola è vischiosa con tempo umido, liscia e brillante con tempo secco, facilmente asportabile, glutinosa, da bruna chiara a bruno scura, con fibrille radiali innate più scure; margine a lungo involuto, poi disteso, più o meno regolare. L’imenoforo è formato da tubuli lunghi fino a 12 mm, da adnati a debolmente decorrenti sul gambo, gialli, poi giallo – verdastri e da pori inizialmente piccoli, arrotondati poi, con la maturità, più grandi e angolosi – allungati quelli in vicinanza al gambo, concolori ai tubuli, imbrunenti con la maturità. Il gambo, di 40-80 x 10-20 mm, è pieno, cilindraceo, diritto o leggermente incurvato, ingrossato e anche appuntito verso la base, ricoperto da granulazione giallo – bruno nerastre su colore di fondo giallo limone nella parte alta che si schiarisce al giallo biancastro in quella mediana e ocraceo con sfumature rosate alla base dove sovente sono presenti formazioni miceliari, concolori. La carne è inizialmente soda, poi molle nel cappello e fibrosa nel gambo, di colore giallo chiaro, giallo cromo con la maturità, con odore debole di fenolo e sapore dolce. Cresce in gruppi numerosi, associato esclusivamente a Pino a due aghi, dall’estate all’autunno inoltrato.

È un gradevole commestibile (scartate il gambo se troppo fibroso) da utilizzare specialmente nei misti con altri funghi eduli. È facilmente confondibile con Suillus granulatus che però si caratterizza per la presenza di goccioline lattiginose emesse dai pori. Di entrambi va sempre eliminata la cuticola del cappello perché può causare effetti gastroenterici lassativi.

Conclusione:

Solo la conoscenza delle specie raccolte preserva da gravi rischi alla nostra salute.

Come già vi accennavo la scorsa settimana ci avviciniamo verso la conclusione di questi miei articoli sui funghi che si concluderà mercoledì prossimo 29 maggio. Spero poi di rivedervi nei boschi di Montecampione dove sarò ben felice di proseguire sul campo ciò che ho cercato (spero) di trasmettervi in questi mesi… non stancandomi mai di ricordarvi questa mia “raccomandazione” (che vale anche per me)… “conservate sempre una elevata dose di dubbio perché questo vi aiuterà ad essere prudentissimi… perché con i funghi non si scherza!”

Intanto vi informo che mercoledì 29/5 vi parlerò di Tartufi… “Come? Tartufi a Montecampione…? Mi sembra di vedervi strabuzzare gli occhi!!!”

Sinceramente non lo so…. forse sì, forse no…. Bisogna provare a cercarli, intanto, mercoledì prossimo comincerò a parlarvene… adesso vi presento alcuni miei Amici, che presto conoscerete e con i quali proveremo a cercare i tartufi.

a sinistra : Anita e Dario Dogali (da Piancamuno-Rovato)

in centro: Spedy, Schon e Paolo Bolis (da Salò)

a destra: Pepita e Ezio Venturini (da Caino)

Arrivederci e buon fine settimana a tutti, vi saluto cordialmente, alla prossima…

Dario Dogali


Qui l’elenco dei funghi che sono stati argomento della rubrica da quando è nata (21/11/18).

AVVERTENZA : Indicazioni o considerazioni, riguardanti la commestibilità dei funghi trattati, non devono in alcun modo essere considerate informazioni sicure per la raccolta ed il consumo degli stessi. Pertanto ci si deve astenere dal consumare funghi solo sulla base di queste indicazioni o della presunta somiglianza con le fotografie pubblicate. Si declina pertanto qualsiasi responsabilità, sia penale che civile, derivante dalla inosservanza di questa avvertenza.

E’ buona cosa leggere sempre e comunque:

Informazioni generali

Glossario

Biografia di Dario Dogali

Nota bene: Il testo di colore ROSSO nelle pagine della rubrica sui funghi, indica pericolo e non commestibilità.

21/05/2019
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La cartolina del martedì… ALPIAZ – MONTECAMPIONE Vissone e il Monte Concarena Vallecamonica (BS) ED. FOTO FREE – Alpiaz Montecampione 1993 – Fotografia di LIBERO LACENERE

2010, Repubblica Italiana, Cartolina di ALPIAZ – MONTECAMPIONE Vissone e il Monte Concarena Vallecamonica (BS) ED. FOTO FREE – Alpiaz Montecampione 1993 – Fotografia di LIBERO LACENERE – tip. la Cittadina, Boario Terme & Gianico BS, affrancata con €.0,60 e viaggiata il 20/12 da e per BRESCIA.

Nota bene

Il fatto che sia viaggiata rende la prima data d’uso certa; nel caso in cui tu ne possedessi una uguale con data del timbro postale precedente, invia per cortesia la scansione di ambedue le facciate a ioamomontecampione@gmail.com, grazie.

Non sappiamo se questa cartolina sia ancora acquistabile nuova.

Cartolina Montecampione - Veduta del villaggio Alpiaz 1993

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Scadenza: domenica giu-9-2019 20:09:42 CEST
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20/05/2019
di I love Montecampione
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Radio Voce Camuna – Il Consorzio Residenti al Comitato per Montecampione: il bus navetta deve rimanere ai privati

Nuovo scontro a Montecampione tra il ‘Comitato per Montecampione’ ed il Consorzio residenti.

Al centro, questa volta, il servizio di bus navetta gratuito che viene garantito ai residenti del villaggio di quota 1.200 per raggiungere gli impianti di risalita.

Il Comitato, infatti, chiede che la gestione del servizio passi agli enti pubblico, facendo riferimento ad uno scritto del Prefetto dell’anno scorso.

Una proposta che è stata respinta dal Consorzio, secondo cui il bus navetta, pagato dai campionesi con le quote di adesione, deve restare in mano ai privati.

Per il 2019, il servizio dovrebbe avere un costo di 113mila euro.

Per quanto riguarda i servizi pubblici, inoltre, il Comune di Artogne, che ha già preso in mano la gestione dei rifiuti ed a breve si occuperà anche di acqua e di illuminazione, ha emesso il bando per l’appalto dei campi da tennis in località Prati.

Linda Bressanelli

Sorgente: Radio Voce Camuna – Il Consorzio Residenti al Comitato per Montecampione: il bus navetta deve rimanere ai privati

20/05/2019
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Lunedì? Cominciamo da Instagram – La foto della settimana è di Stefano Bettineschi

stefanobettineschi: 🚵‍♂️❄️

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Sorgente: Stefano Bettineschi su Instagram: “🚵‍♂️❄️ #montecampione #spring #mountain #bike #cycling #cyclinglife #bikelove #carbonbike #cyclist #biketrip #nature #snow #wild #view…”