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Corriere della Sera – Scoppia la guerra sulla neve camuna

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Le stazioni di montagna non hanno dovuto fare i conti solo con difficoltà economiche, ma anche con le associazioni ambientaliste che chiedono una fruizione alternativa della neve

Con la chiusura forzata degli impianti di risalita e la stagione dello sci sfumata le stazioni di montagna non hanno dovuto fare i conti solo con difficoltà economiche, che rischiano di compromettere intere aree europee, seconde solo alle metropoli in termini di benessere. Le piste sbarrate hanno offerto alle associazioni di ispirazione ambientalista l’occasione di rilanciare l’idea di una fruizione alternativa della neve, che da anni costituisce il loro cavallo di battaglia. E infatti Nevediversa 2021 si intitola il dossier di Legambiente, che segue di qualche settimana un analogo documento del Club alpino italiano. All’orizzonte si profilano i risarcimenti promessi agli imprenditori in ginocchio, che secondo alcuni dovrebbero invece servire a cambiare rotta, assestando così il colpo di grazia all’economia dello sci. Da entrambi questi documenti non emergono novità sostanziali. Si torna a parlare di riscaldamento climatico, peraltro in una stagione in cui la neve ha sommerso le montagne, e si lamenta la modesta crescita del mercato dello sci, che però, in quanto prodotto maturo, non deve stupire che si sia stabilizzato. Il rapporto di Legambiente indica come «caso simbolo» Montecampione, mettendo in guardia dall’utilizzare i fondi del Recovery plan per qualsiasi ipotesi di rilancio e suggerendo soluzioni alternative piuttosto radicali come lo smantellamento di alcuni impianti e la demolizione di un intero complesso di edifici.

Inevitabile l’adirata reazione dei sindaci dei Comuni di Artogne e di Piancamuno e del Consorzio di Montecampione, cui aderiscono commercianti e imprenditori locali, oltre che numerose famiglie che in quegli alloggi hanno investito i loro risparmi. La piccola guerra un risultato lo ha però ottenuto ed è di ricompattare tutti i soggetti che concorrono a creare il prodotto turistico di Montecampione. Dopo anni e anni di contrasti, faide, campanilismi e lotte intestine, gli operatori e gli amministratori hanno finalmente capito che occorre fare sistema. Che l’unione faccia la forza è particolarmente vero in un settore come questo, che ha il suo perno negli impianti di risalita, ma in cui l’offerta è costituita da un prodotto assai variegato, fatto di ospitalità, commercio, noleggi, scuole di sci e altri servizi. Peccato solo che il fare squadra non sia cominciato subito con una presa di posizione congiunta e allargata di istituzioni, operatori, impiantista. Quanto poi allo sci in generale il problema vero non sono le analisi più volte rilanciate dagli ambientalisti, ma la genericità delle proposte alternative. Si dice: squadra che vince non si cambia. Lo sci realizza ogni anno un fatturato che supera i 10 miliardi di euro. Nessuna «neve diversa» è finora in grado di garantire risultati che neppure lontanamente vi si avvicinino. Con quale diritto chiederemmo alle popolazioni di montagna di rinunciare al loro benessere, senza avere niente di veramente serio da proporre in alternativa? E perché quattro milioni di sciatori dovrebbero rinunciare al loro sport preferito per calzare le ciaspole? Il problema non mi pare consista nell’affossare un’economia fiorente e nel limitare la libertà delle persone, bensì nel promuovere delle serie politiche di tutela dell’ambiente, che evitino la proliferazione di nuovi comprensori, che rendano più efficienti quelli esistenti e che perseguano a tutti i livelli l’obiettivo della sostenibilità. Forse non è ancora chiaro a tutti, ma operatori e ambientalisti dovrebbero proporsi lo stesso obiettivo: difendere la natura è per gli uni un modo di conservare il valore dei loro investimenti, per gli altri la garanzia di poter offrire alle generazioni future la possibilità di goderne.

Franco Brevini

Sorgente: Scoppia la guerra sulla neve camuna- Corriere.it

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