Nel mezzo del cammino della sua carriera, a 27 anni, per Fabio Aru è il momento delle scelte e delle rivoluzioni. Il passaggio dall’Astana alla UAE Emirates, il primo cambio di maglia della sua carriera, tra scintille e minacce di ricorso alle vie legali da parte del team kazako, ha però avuto il merito di ridare ad Aru il proverbiale sorriso. Come liberato, il ragazzo del Campidano prova allora a immaginare quel che accadrà il prossimo anno, in una stagione che sarà fondamentale per i corridori con le sue caratteristiche grazie al Mondiale di Innsbruck, adattissimo agli scalatori.
Un’occasione, vista la rotazione dei percorsi stabilita dall’Uci, che non tornerà prima di 4, 5 anni.
Alla corsa all’iride si è già iscritto anche Vincenzo Nibali. Ci sarà una gran folla di pretendenti.
«Sono occasioni che non tornano facilmente, quindi farò l’impossibile per farmi trovare pronto a settembre».
Vuelta obbligatoria, ma soprattutto, è obbligatoria una stagione senza guai.
«La Vuelta è un passaggio chiave per chi vuol far bene in un Mondiale, in quello di Innsbruck in modo particolare, perché la Vuelta ti dà fondo, resistenza e brillantezza nel momento fondamentale.
Bisogna arrivare integri, senza grandi infortuni. Con la cattiva sorte credo di aver già pagato il conto, comunque».
Il 2017 cosa le ha lasciato?
«Esperienza e rabbia, sicuramente. Ho dovuto cambiare i programmi per l’infortunio al ginocchio. Mi sono ritrovato, anche psicologicamente dopo quanto capitato a Michele Scarponi, al campionato italiano. La maglia tricolore è stata sudata e desiderata».
Ha mai pensato davvero di poterlo vincere, il Tour 2017?
«Il mio obiettivo vero era il podio, l’ho mancato anche a causa della bronchite nell’ultima settimana.
Sono rimasto senza i migliori gregari dopo le prime montagne e in questo ciclismo la squadra è fondamentale».
A proposito, come va con l’UAE di Saronni?
«Ho trovato un ambiente positivo e concreto, c’è gran voglia di fare bene, ne è testimonianza il grande mercato, sono arrivati Daniel Martin e Alex Kristoff, due vincenti, alcuni giovani interessanti e sono rimasti due dei migliori italiani, Diego Ulissi e Valerio Conti. C’è passione, l’ho sentita subito, sin dal primo raduno a Siracusa».
Un’idea di Paolo Tiralongo.
Che ha appena smesso e si è messo al suo servizio, nei quadri del team. In quale veste?
«I ruoli non sono ancora definiti, sarà qualcosa tra il motivatore, l’allenatore e il direttore sportivo.
Chi parla di mental coach sbaglia.
Per difetto: perché Paolo è quasi come un padre o un fratello maggiore. Nelle mie vittorie c’è sempre stato».
Sarà la stagione di cosa per lei: del rilancio, di un’ulteriore
crescita?
«Non amo la parola rilancio, anche perché credo di aver fatto tanto anche nelle ultime due stagioni, con meno risultati forse, ma positive nella mia costruzione di corridore di alto livello. E la gente vuol vedermi vincere, ma soprattutto vuol vedermi all’attacco, vuol vedere voglia, generosità, anima».
Era necessario cambiare?
«Nello sport a un certo punto si cercano nuove motivazioni, si deve partire da nuove sensazioni. Non posso che parlare bene dei miei anni in Astana, anche se il finale non è stato bello. Martinelli e Vinokourov, mi hanno messo in bici, mi hanno costruito, ho vinto la Vuelta con loro e grazie a loro sono stato tutto quel che sono stato finora».
Del passato le è rimasta la maglia tricolore con il simbolo della Astana.
«Per l’assurdo regolamento internazionale siamo pagati fino a dicembre da un team e non possiamo indossare la nuova maglia finché non si avvia il nuovo contratto. La mia almeno fino a giugno non cambierà molto, il tricolore resterà dominante. Il 1° gennaio vedrete».
Domanda fondamentale: Giro o Tour?
«Stiamo confrontando i percorsi, è ovvio che tornare al Giro per un italiano sia sempre la prima scelta, ma il Tour è la corsa più importante al mondo, con un percorso molto adatto agli scalatori. Decideremo nelle prossime settimane, pesando tutto, servirà coraggio».
Una critica che spesso le fanno: Aru corre troppo poco.
«Per uno da corse a tappe, le classiche arrivano in momenti chiave della preparazione e non è facile metterle in calendario. Mi affascina la Liegi e ho fatto bene in passato in corse in linea come il Mondiale 2014 o l’Olimpiade. La carriera è ancora lunga e con Saronni ci stiamo già lavorando».
Per policy aziendale non può parlare del caso Froome. Ma Sky è mai stata un’ipotesi di futuro per lei?
«Non l’ho mai esclusa, anche se il suo modo di correre è assai professionale e impostato, io sono un corridore istintivo».
Primo appuntamento dove?
«Abu Dhabi Tour, il 21 febbraio».
Cosino Cito



