
Ci sono inverni che segnano un confine netto tra il “prima” e il “dopo”. Per Chiara Indomita Prandini, l’inverno del 2026 non è stato solo quello delle grandi opere e delle medaglie, ma un viaggio trasformativo iniziato con la divisa colorata dei volontari e conclusosi con il rigore e l’orgoglio della “Naja”. Un percorso che l’ha vista protagonista nei due palcoscenici più prestigiosi dello sport invernale: le Olimpiadi e le Paralimpiadi di Milano-Cortina.Thank you for reading this post, don’t forget to subscribe!
Dietro le Quinte del Sogno: L’Energia del Team26
Partecipare come volontaria alle Olimpiadi è un’esperienza che Chiara descrive come un “caos perfettamente orchestrato”. Inquadrata nel Team26, la grande famiglia di volontari che ha animato i siti di gara, ha vissuto l’adrenalina dei primi giorni, quando il mondo intero ha posato gli occhi sulle vette italiane.
Per lei, far parte della macchina organizzativa ha significato essere il primo sorriso che gli atleti e i tifosi incontravano al mattino. Dalla gestione dei flussi alla logistica complessa che si cela dietro un evento in mondovisione, il suo contributo è stato il motore silenzioso di un evento globale. È stata un’occasione di networking unico, uno scambio culturale con migliaia di giovani uniti dalla stessa passione.
Il Cambio di Passo: Dalle Olimpiadi alla Resilienza delle Paralimpiadi
Con la fine dei Giochi Olimpici, mentre molti tornavano alla vita quotidiana, la storia di Chiara ha preso una piega inaspettata e più solenne. Il passaggio alle Paralimpiadi non è stato solo un cambio di calendario, ma una scelta di servizio più profonda. Da Cortina, la nostra Indomita, si sposta verso la caserma di Merano, per prestar servizio a Tesero.
“C’è una sensibilità diversa nelle Paralimpiadi,” spiega Chiara, “un’attenzione al dettaglio e una forza di volontà che ti travolge. Non vedi solo la competizione, vedi il trionfo della volontà sulla materia.”
In Servizio con la “Naja”: Lo Spirito Alpino in Prima Linea
La vera particolarità dell’esperienza di Chiara è stata la sua partecipazione attraverso la naja. Inquadrata nel supporto operativo garantito dalle truppe alpine, ha vissuto il rigore e la dedizione dei corpi militari impegnati a rendere accessibili e sicure le piste di Tesero.
Entrare nel meccanismo di assistenza militare ha significato abbracciare una disciplina diversa: la gestione degli impianti e la sicurezza dei percorsi hanno richiesto una tempra fatta di silenzi, prontezza e grande forza fisica. Portare il cappello alpino (o collaborare strettamente con chi lo porta) significa ereditare una tradizione di sacrificio che si sposa perfettamente con lo spirito paralimpico: quell’etica del “non lasciare indietro nessuno” che è il DNA degli Alpini.
Un’Eredità Oltre i Giochi: Cosa Resta di un Inverno Magico
Oggi, con i riflettori spenti, Chiara guarda indietro a un percorso completo. Ha visto il volto “pop” e globale dell’Olimpismo e quello “sacro” e faticoso del dovere militare in montagna. Si porta a casa la consapevolezza che lo sport è un linguaggio universale, capace di abbattere ogni barriera.
Chiara Indomita Prandini ha dimostrato che il modo migliore per vivere un sogno è mettersi al servizio degli altri, sia sorridendo a un turista straniero, sia spalando neve all’alba per permettere a un atleta di sognare l’oro. La sua storia è il manifesto di una gioventù che non sta a guardare, ma che sceglie di esserci, con il cuore e con la fatica.
Nota Biografica
Chiara Indomita Prandini, giovane determinata e mossa da una profonda passione per la montagna, rappresenta l’eccellenza del volontariato italiano. È visceralmente legata a Montecampione, luogo del cuore dove ha coltivato il suo amore per le vette e che rimane il suo punto di riferimento costante, anche dopo aver toccato le cime più prestigiose del panorama internazionale a Milano-Cortina 2026.


