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Montecampion'è per sempre!

L’INDIPENDENTE – Paolo Conte e la più bella sigla del Giro d’Italia

La Svizzera non è in Italia. È un fatto geografico incontrovertibile, che generazioni di cartografi hanno confermato con puntualità svizzera. Eppure a Jonas Vingegaard questo dettaglio non importa molto. Il re pescatore ha scelto di aspettare di varcare il confine, tra i vigneti di Merlot e i formaggi del Ticino, per piazzare il primo vero scatto del suo Giro d’Italia. Un gesto quasi premuroso. È bastato questo a sciogliere come neve di maggio le speranze dei rivali, convinti fino all’ultimo di potergli tenere testa almeno fino al ritorno nella terra del Franciacorta. In particolare quelle del frontaliere Pellizzari, rimasto così indietro da sollevare il dubbio che il confine, in realtà, non lo abbia mai davvero attraversato.

Questo, con le dovute proporzioni e una notevole mancanza di rispetto, è lo stile con cui il grande giornalista sportivo Gianni Mura avrebbe potuto raccontare la vittoria del danese Jonas Vingegaard all’ultima edizione del Giro d’Italia, che si conclude proprio oggi, 31 maggio. I corridori compiono la passerella d’onore a Roma, attraverso i Fori Imperiali, sopra il selciato antico che surriscalda le ultime energie e sotto i maestosi pini che i velocisti non degnano neanche di uno sguardo, impegnati a giocarsi quanto resta di gambe e dignità per l’ultima vittoria di tappa.

Il ciclismo è uno sport di paesaggi, e Gianni Mura lo sapeva bene. I suoi resoconti delle grandi corse a tappe, al Giro ma soprattutto al Tour, cominciavano spesso dal racconto di un paesino di montagna, di un bar chiuso, di gente sul bordo della strada che aspettava i corridori come si aspetta una processione. Tra loro a volte anche delle bambine bionde con degli anellini alle orecchie, «Tutte spose che partoriranno uomini grossi come alberi».

Comincia così Diavolo Rosso una delle più belle canzoni che Paolo Conte ha dedicato al ciclismo. Non certo l’unica. Diavolo Rosso è Giovanni Gerbi, pioniere eroico del ciclismo italiano dei primi del ‘900. Il soprannome gliel’aveva dato un prete di campagna che lo vide sfrecciare a tutta velocità durante una processione, con la sua maglia rossa. Paolo Conte lo colloca proprio in mezzo a quella campagna mentre pedala attraverso un paesino del nord-ovest. La canzone però non parla di lui. Parla di quel paesino e della gente che ci abita: le bambine bionde con gli anellini alle orecchie, i vecchi, le donne che guardano passare il corridore come si guarda passare qualcosa di incomprensibile e meraviglioso. Gerbi è solo un lampo. Una cometa rossa che attraversa il campo visivo e scompare. Ciò che resta è il paesaggio, l’aria ferma del pomeriggio, le risaie, il profumo del tiglio «e questo nord-ovest bardato di stelle». La vita ordinaria di un posto che il ciclismo ha attraversato per un istante senza fermarsi. Del ciclismo, della corsa, della fatica per arrivare al traguardo, non c’è praticamente nulla. La bicicletta è tutta nel ritmo della canzone. Una pedalata furiosa verso il tramonto, controtempo e controluce, che toglie, letteralmente, il fiato.

Diavolo Rosso sarebbe potuta essere la più bella sigla del Giro d’Italia. Così come tantissime canzoni che una miriade di cantautori hanno dedicato alla corsa rosa e, più in generale, alla bicicletta. Poche di queste sono però finite effettivamente nei titoli di testa delle interminabili dirette televisive della Rai, anche se per tanti anni c’è stato davvero l’imbarazzo della scelta. A inaugurare, in tempi recenti, la lista degli autori celebri che hanno effettivamente prestato la voce al Giro, c’è stato nel 2000 Enrico Ruggeri con Gimondi e il Cannibale,  titolo che già da solo vale un’enciclopedia del ciclismo italiano. Nel 2003 è invece Lucio Dalla con Sono in fuga  a cantare di un anonimo corridore che, senza averlo del tutto pianificato, si ritrova nel mezzo di una fuga solitaria e sogna di vincere la volata finale, evidenziando peraltro una notevole ingenuità tattica. Nel 2007, infine, la diretta Rai si apriva proprio con la voce di Paolo Conte che, in Velocità Silenziosa, sentenziava con la consueta impassibilità: «Una bici non si ama, si lubrifica». Subito dopo ci sono stati altri autori noti come Cesare Cremonini, Frankie Hi-NRG e Raphael Gualazzi. Eppure, come a volte accade durante una grande corsa a tappe, la canzone più bella non l’ha scritta un campione. L’ha scritta un gregario. 

È il 1998. Anno particolare per il Giro. C’è un corridore romagnolo che da qualche edizione percorre le salite come se le stesse scendendo, che nell’estate del ’97 ha fatto tremare le Alpi al Tour de France, e che quest’anno sembra finalmente pronto a prendersi la vittoria finale. Nel frattempo accade qualcosa di altrettanto significativo: dopo cinque edizioni consecutive trasmesse da Mediaset, il Giro d’Italia torna sulla Rai. E la Rai, con uno di quegli slanci di sensibilità che ogni tanto sorprendono, sceglie di affidare la sigla del Processo alla Tappa a Gian Pierretti.

In quel desiderio minimo la canzone cambia di livello. Non è più un racconto sentimentale ma una piccola epifania popolare. La gente scende in strada, la festa si fa da sola, il dolore privato si dissolve nel rumore collettivo. Passa il Giro è una canzone d’amore, ma anche una canzone che parla di come resistere alla sofferenza. Resistere e reagire. Come faceva Marco Pantani che pedalava più forte proprio quando la salita diventava insostenibile. «Per accorciare la mia agonia», diceva lui. Pierretti non racconta il ciclismo come spettacolo, ma come evento umano che interrompe la solitudine. E questo, in fondo, è tutto.

Pierretti non è un nome da prima pagina. Scrive Passa il Giro con la stessa economia di mezzi con cui un gregario consuma le gambe senza che nessuno lo noti. La canzone non racconta la corsa. Racconta il momento prima e si immagina il momento dopo. Passa il Giro è una canzone d’amore. Ma non solo. Gian Pierretti soffre per un amore finito. Chiuso in casa, lascia che il mondo vada avanti senza di lui, mentre la vita scorre con il suo ritmo inesorabile. Ma quel ritmo, improvvisamente, diventa il Giro d’Italia. Anche qui, come in Diavolo Rosso, la corsa passa a travolgere la vita di tutti i giorni e Pierretti decide che è il momento di reagire: «però sinceramente non me ne frega niente. Fra poco passa il Giro e in casa solo, io non ci resterò».

Il ciclismo non si racconta con la precisione della cronaca. Tempi e distacchi non dicono nulla della gara. Si racconta con le emozioni, che sono l’unica cosa che resta quando il gruppo è già sparito dietro la curva. Il resto è silenzio, polvere, e la sensazione che qualcosa sia appena passato. E che tu, per un attimo, ne abbia fatto parte.

Gianni Mura quel Giro del 1998 lo seguiva, naturalmente. E quando Pantani vinse, a Montecampione, sotto la pioggia, scrisse di montagne e di un uomo che sembrava appartenervi più che alla pianura. Non scrisse di tattica, non scrisse di distacchi. Scrisse del cielo basso, del freddo, della gente ai bordi della strada bagnata. E di Pantani che, inseguito dai rivali,  attaccava fino a spezzare le ossa. Scrisse del Giro come paesaggio, e di Pantani come figura dentro quel paesaggio. È lo stesso sguardo di Conte su Gerbi, la stessa finestra di Pierretti sul mondo che passa. Un giornalista, un cantautore da prima pagina e un gregario della musica italiana che hanno capito la stessa cosa: che il ciclismo è bello non quando lo guardi, ma quando ti attraversa. Quando passa sotto la tua finestra e per un momento, anche tu, come Pierretti sulla soglia di casa, decidi che in casa solo non ci resti. Passa il Giro è la più bella sigla del Giro d’Italia perché in quell’edizione del 1998 trovò qualcosa di raro: un significato che andava oltre la corsa. O forse è più semplice di così. Forse Passa il Giro è la più bella sigla della storia del Giro d’Italia per via di Marco Pantani. 

Fulvio Zappatore

Sorgente: Paolo Conte e la più bella sigla del Giro d’Italia – L’INDIPENDENTE

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